Adoro il mercato multiculti. Ammiro questi ragazzi tunisini, egiziani, dallo srilanka e dal bangladesh che vengono in Italia, si mettono in queste imprese fatte di bancarelle nel freddo milanese, a combattere con una lingua sconosciuta, con sguardi sospettosi, a caricare e scaricare bancali di frutta, a vendere verdura che loro conoscono ma chiamano e cucinano in un altro modo. E lo fanno con una tenacia e con un impegno a noi quasi sconosciuti, cercando di trovare il modo per superare il confine della lingua e della provenienza. Sono fantastici quando cercano di emulare gli indigeni, urlando le stesse frasi che pugliesi, calabresi e milanesi urlano da decenni. Adesso sono loro gli ambulanti, che reinventano questo mestiere, fatto di fatica, di freddo e di pioggia. Scherzano tra loro, sulla loro provenienza, facendo il verso a quegli italiani che odiano i marocchini ma non sanno nemmeno bene dove sia il Marocco. "Questo qui non è mio paesano...è tunisino lui...pericolosi i tunisini...!" e scoppia in una risata divertita e complice, lui che dall'Egitto è arrivato qui tanti anni fa, ha imparato la lingua in strada, un corso di italiano per stranieri che costa a questa gente anni di frequenza e molte umiliazioni. E adesso è padroncino, vende la verdura, ha con lui ragazzi più giovani, del suo paese, che gli ricordano chi è e da dove viene e ai quali cerca di insegnare il futuro. Scrive i nomi delle verdure direttamente come li pronuncia nel suo italiano arabizzato e leggendo Milanzani mi sembra di capire quanta strada questo uomo ha fatto, e quanta fatica, quanto studio e quante frustrazioni, quante nostalgie, quanti ricordi e quante speranze ci sono nel suo cuore.
Musica: Punjabi MC, Mundian To Bach Ke
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